Un miracolo: è questo quanto ha bisogno il Chiasso per mantenere il suo posto in Challenge League. Contro il Vaduz bisognava vincere, non lo si è fatto come da sei anni a questa parte, e allora l’ultimissima spiaggia (perlomeno in questo campionato) si chiama Rapperswil, che sabato arriverà al Riva IV con una certezza che vale oro: la possibilità di uscire dai 90’ di gioco con due risultati utili su tre. Mica poco.

Il Chiasso è all’ultima spiaggia, si diceva. Sì, ma lo è da anni. E non per il pochissimo pubblico che i rossoblu hanno al seguito (non che il Lugano veleggiante in zona Europa in Super League faccia numeri da capogiro), ma per una gestione societaria approssimativa e mai chiara da anni a questa parte. Le salvezze ottenute in passato sono arrivate anche e soprattutto per disgrazie altrui. Pochi soldi, poco appeal, poca identità. Come la Challenge League. E allora è forse meglio ripartire: dal basso, per tornare ad essere Chiasso.

D’altronde chi lo dice che una Promotion sia meno attrattiva di una Challenge? La possibilità che offre sono tante. Di ripartire (o iniziare?) con un progetto, parola abusata nello sport, ma spesso sinonimo di programmazione, pianificazione e visione a lungo termine (chiedetelo all’Ambrì Piotta di Paolo Duca e Luca Cereda). Di respirare, di non annaspare ogni anno sul piano sportivo e finanziario. Di giocare (finalmente) un derby, e chissà che magari sia per le zone nobili della classifica.

Il Chiasso ha avuto il merito di scrivere la storia del calcio svizzero sui suoi palcoscenici più importanti. Probabilmente, e più motivi lo fanno pensare, è giunto il momento di abbandonarli. E di prendersi una pausa per guardarsi allo specchio.