Il frontalierato del calcio e quel buon senso che non c’è

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Ci risiamo, di nuovo. La possibilità di tornare ad allenarsi – senza contatto in gruppi di massimo 15 persone tra gli adulti e senza alcuna limitazione tra gli under 20 – ha di fatto rimesso in moto il calcio regionale. Giusto, giustissimo ripartire. D’altronde qualsiasi società sportiva, appena ne ha il permesso, ha il dovere di garantire ai propri tesserati – che dovrebbero pagare per giocare, e non viceversa – la possibilità di praticare un po’ di attività fisica, anche nel rispetto di esigenti restrizioni. Ma il succo del discorso non è questo: il punto riguarda il cosiddetto “frontalierato del calcio”.

Chi abbia appioppato questo termine a coloro che risiedono in Italia e sono tesserati per una società della FTC, affiliata all’ASF, non è dato a sapersi. Ma ci congratuliamo: è un ottimo modo per definire coloro che oltre confine – non tutti, beninteso – vivono anche grazie ad un lauto rimborso spese derivante da società amatoriali ticinesi. Il termine “frontaliere”, ça va sans dire, implica una prestazione lavorativa in cambio di soldi. E di questo – purtroppo per la FTC che non ha mai riconosciuto le sue colpe, e per fortuna per coloro che giustamente ne approfittano – si tratta.

D’altronde è legittimo. Chi grazie a quei soldi ci vive, ci conta non appena ne ha la possibilità. Il problema è che di possibilità, per chi ci conta o meno, oggi non ce ne sono: lo dice la legge. La Lombardia è in zona rossa: lockdown. Valgono solo gli spostamenti per lavoro e per necessità, altrimenti tutti in casa propria. Ci dispiace per chi la pensa diversamente, ma lo sport amatoriale non è motivo di necessità e di lavoro: un residente in Italia che oggi varca il confine solo per allenarsi a livello amatoriale sbaglia. Sbaglia lui, che espone ad un rischio di infezione maggiore un suo compagno, come sbaglia chi è al corrente del problema e non vuole mettere un freno a questa storia.

Ogni Stato ha affrontato la pandemia a proprio modo: con le proprie paure, le proprie chiusure e le proprie restrizioni, volte solo ed esclusivamente a ridurre il rischio di contagio e a salvaguardare la propria popolazione. È un brutto bruttissimo gioco di percentuali: ma è certo che i numeri della Lombardia oggi fanno più paura di quelli del Ticino. In attesa di tornare a divertirci nella normalità più totale ci appelliamo al buon senso, perché di questo si tratta. Perdere la scuola o il lavoro per una partita o un allenamento di calcio di certo non lo implica.