CHIASSO – Serviva il miracolo, ma miracolo non è stato. Dopo undici stagioni in Challenge League, oltre un decennio dopo la magica notte di Rapperswil, il Chiasso torna nel purgatorio del calcio svizzero: quella Promotion League che non sa né di professionismo né di amatoriale. C’è rabbia, delusione, tristezza al Riva IV: la si percepisce nell’aria, ma soprattutto nello sguardo di chi, in un modo o nell’altro, ci ha provato. Non è bastato: questione di limiti, finanziari e conseguentemente tecnici – queste non erano novità – ma ancor più questione di assenza di pianificazione e di strategie. Le colpe, quando i risultati non arrivano, vanno suddivise, vero, ma è altrettanto vero che la squadra Chiasso, come da anni a questa parte, è stata abbandonata a sé stessa, costretta a tenersi a galla con la sola forza del gruppo in un mare di intemperie. La società Chiasso, quella, dalla retrocessione era sempre riuscita a svignarsela in un modo o nell’altro. Ora che si è tramutata in certezza, quello che fa più male è il futuro: il Chiasso ha navigato a vista per anni, ma ora non sa nemmeno lui cosa lo aspetta. È questo l’aspetto grave della faccenda, quello che fa più male.

Diciamocelo chiaramente: prima o poi la retrocessione sarebbe dovuta arrivare, e i primi ad esserne coscienti erano proprio i tifosi. È nell’ordine naturale delle cose: quando sei confrontato con avversari più grandi, forti, potenti e devi costantemente fare di necessità virtù, prima o poi ti tocca. È successo quest’anno, ma sarebbe potuto succedere già in passato. La dimensione del Chiasso attuale non è più la Challenge League, che richiede uno sforzo economico, strutturale, organizzativo troppo grande per la realtà che rappresenta oggi la città di confine. Si badi bene: non c’è assolutamente del male ad ammetterlo, il problema è che a Chiasso non lo si è mai fatto. Ed anzi, ad inizio stagione si è sbandierato ai quattro venti l’obiettivo di una salvezza tranquilla. Illuso chi pensava potesse essere così, criminale – sportivamente parlando – chi ha proferito tali parole.

Sul fronte sportivo c’è poco da recriminare. Baldo Raineri ci ha provato in tutti i modi: arrivato in fretta e furia dopo il ridicolo teatrino inscenato da Ezequiel Carboni, Giovanni Zichella e non solo – ma che società è questa? – il mister si è aggrappato alle idee e al gruppo. Insomma, tutto o quel poco che può fare un allenatore che si siede su questa panchina. Il buon Baldo era consapevole della sfida che andava ad affrontare, lo ha fatto alla grande, mantenendo la calma di fronte ad una società che per sopravvivere ha trasformato i campi comunali in un luna park di giocatori. Quest’anno, come mai in passato, si è giunti a quota 40. E ci chiediamo: come fa un allenatore a trovare subito i 15-20 uomini su cui puntare? Baldo ce l’ha fatta e di fatti il Chiasso ha disputato un girone di ritorno di tutto rispetto, che lo vedrebbe al sesto posto in classifica. Non è colpa del mister, bravo a trasmettere le sue idee e pure ad adattarsi, se si è speso un intero girone di andata a tamponare qua e là. La sua squadra ha avuto il merito di crederci fino in fondo, ma la situazione è stata compromessa da quell’avvio di stagione caratterizzato da 0 punti nelle prime 6 partite (1 solo nelle prime 7). Lì, in quel momento, i momò non avevano né capo né coda per colpa di una gestione societaria a dir poco scellerata. Poi è stata una continua rincorsa, purtroppo finita male. All’orizzonte il buio e una domanda che porta con sé tantissime incognite: e ora che si fa? L’errore più grande è non avere una risposta.