Lo sport ha sempre costituito, per gli uomini, un microcosmo a sé stante, generato da passione ed emozioni travolgenti. Il calcio, all’interno di questo mondo, ricopre certamente uno spazio rilevante, dovuto soprattutto all’enorme mole di tifosi e appassionati che, per 90 minuti, riescono a estraniarsi dalla vita reale e dalle sue insidie.

Vi sono persone che hanno deciso di riunire questi due universi, integrando il gioco del pallone a quello della vita. Una scelta che comporta numerosi sacrifici, ripagati da quella fede, accecata dall’amore, che aumenta il battito cardiaco al suono di un pallone calciato con prepotenza verso la porta.

Luca Ferrari, 19enne di Morbio Inferiore e tifoso sfegatato dell’Inter, è certamente una di queste persone, uno di noi. Un ragazzo come tanti, che ormai da anni ha reso il tifo calcistico una parte importante della sua vita. Da qui quest’intervista, atipica rispetto alle solite, in quanto realizzata alla cornice del calcio: i tifosi.

Parlaci della tua passione per l’Inter, come e quando è nata?

Alcuni dei numerosi oggetti di fede nerazzurra di Luca Ferrari

“La nascita della mia più grande passione la si può ricondurre al 2005, quando alla giovane età di otto anni mio padre e mio fratello ritennero fossi pronto per il battesimo del fuoco: i primi novanta minuti da spettatore allo Stadio Giuseppe Meazza di San Siro. Ricordo bene quella partita: Inter Messina, terminata 5-0. Fui subito folgorato dal calore dello stadio e dell’ambiente calcistico neroazzurro. Insomma, fu amore a prima vista. Capii che non avrei più potuto fare a meno di quelle emozioni, e decisi di riviverle ogni Domenica. Tutto questo grazie a mio padre, che ha permesso che coltivassi questa passione.”

Spostarsi per tutta l’Italia è certamente un impegno non indifferente, frutto di un amore più che di un semplice tifo. A quando risale la tua prima trasferta, e come vivi questo vagabondare per tutto lo Stivale?

“La mia prima trasferta risale a quattro anni fa: Sassuolo-Inter, finita 0-7. Girare tutta Italia inseguendo la propria passione è qualcosa di unico e indescrivibile, che tutti dovrebbero poter annoverare tra le proprie esperienze di vita. Difendere i propri colori anche fuori dalle mura amiche è sinonimo di amore incondizionato, di una fedeltà tanto rara quanto sincera. Chiaramente la trasferta comporta anche qualche rischio. Ovviamente non tutte le partite, ma in quelle più sentite – Juventus, Atalanta, Bologna,… – possono sorgere problemi. In trasferta vado sempre con mio fratello. Nonostante la presenza costante, non facciamo parte del tifo organizzato. L’ambiente in curva è sempre dei migliori: tanta voce, tanta voglia di sostenere i propri colori e soprattutto di portare a casa i tre punti. Anche se purtroppo, quest’anno, i risultati non sono quelli auspicati a inizio stagione.”

Qual’è il ricordo che conservi con maggior affetto legato alle trasferte compiute in questi quattro anni?

“Ogni viaggio ha una storia da raccontare, diversa e bellissima. Tuttavia, se dovessi scegliere, sarebbe la trasferta di Cagliari di quest’anno. La giornata è iniziata presto, alle 7 di mattina in aeroporto. Il volo di andata è un ricordo ancora vivido ed emozionante: la fortuna ha fatto sì che, proprio di fianco a me, si sedesse Javier Zanetti, eterna leggenda neroazzurra. Arrivati a Cagliari, dopo esserci incontrati con i ragazzi della Curva Nord, ci siamo diretti al Sant’Elia. La partita è stata la solita festa, tra coli goliardici, entusiasmo.. e tanta birra. Il risultato, 5-1 per noi, è stato la ciliegina sulla torta di un weekend magico. Per concludere in bellezza, dopo un viaggio in bus trasformatosi in una continuazione della partita, con cori e birra ancora in abbondanza, in aereo è stato raggiunto l’apice della follia sportiva. Una squadra di rugby, reduce da una vittoria in terra sarda, ha deciso di prolungare il “terzo tempo” per tutto il volo di ritorno. Magnifico.”

Ritieni importante avere una famiglia che condivide la tua stessa passione?

“Beh, è certamente un grande vantaggio. Ogni trasferta con mio fratello diventa un viaggio speciale. Passare del tempo con la persona che conosci meglio in assoluto è fantastico, e contribuisce a rafforzare il nostro legame.”

La tua trasferta più lunga qual’è stata? Raccontaci quell’esperienza.

“La trasferta più lunga è stata quella di Palermo, compiuta sia quest’anno che il precedente. Sono in totale 2400 km tra andata e ritorno. Un dispendio economico e d’energia non indifferente, ma per la propria passione si fanno anche follie. È da queste esperienze che emerge la profondità e la purezza del sentimento per la propria squadra.”

Come riesci a conciliare i tuoi impegni con la tua fede calcistica?

“L’Inter per me è diventata passione e amore incondizionato. I miei impegni, ormai, sono pianificati in funzione di quelli della squadra. Come recita un famoso coro: “tu non chiedermi perché, non ci sono nei weekend, giro il mondo insieme a lei, sola non la lascio mai”.

Qual’è il tuo pensiero da tifoso sul calcio moderno?

“Con il calcio moderno, purtroppo, sono sparite le bandiere, vere colonne portanti del calcio che ogni tifoso ama. Tutto ruota attorno ai soldi, la maglia è diventata una semplice divisa, non una seconda pelle. L’Inter, oggi, siamo noi, noi tifosi che maciniamo chilometri per difendere i nostri colori, la nostra fede, contro tutto e tutti.”

Luca Ferrari e suo fratello Andrea allo stadio

Tu e tuo fratello vi siete fatti conoscere, nell’ambiente calcistico neroazzurro, attraverso un segno caratteristico, uno striscione. Com’è nata questa idea?

“Ad ogni trasferta portiamo il nostro stendardo, divenuto ormai celebre grazie alle riprese delle reti televisive prima di ogni partita. Lo stendardo ha uno sfondo neroazzurro con il tricolore e la scritta “Eccoci qua”. Non tutti colgono il senso di queste due parole, le quali si rifanno a un coro intonato durante ogni partita dell’Inter. Ormai, tra le trafile del tifo interista, si nota subito se in trasferta ci siamo o meno. Ed è una cosa di cui io e mio fratello andiamo molto fieri.”