Si terrà questa domenica a Mendrisio il sesto Circuito di Casvegno, competizione nazionale di ciclismo dedicata ai ragazzi delle categorie U17, U15, U13, U11, Promo 15 e Promo 11. Ad aprire la giornata, alle 9.15, saranno i più grandi, che si daranno battaglia su un percorso di circa 40 km totali (1,3 km a giro), mentre dalle 14 alle 16 sono in programma le restanti corse. Per saperne di più sulla competizione e sul movimento ciclistico del Mendrisiotto abbiamo contattato Andrea Bellati, vice presidente del Velo Club Mendrisio, società organizzatrice dell’evento.

Quali sono le vostre principali manifestazioni?

“Purtroppo da tre anni a questa parte per motivi viari non ci è più stato permesso di organizzare il Giro del Mendrisiotto. Era sicuramente la competizione più importante, giunta addirittura alla sua 76esima edizione. Ora ci dobbiamo accontentare di piccoli eventi, dei quali fanno sicuramente parte il Circuito di Casvegno di domenica e il Circuito di Stabio che si terrà il 4 giugno. Inoltre quest’anno organizzeremo una manifestazione non agonistica il 26-27 di agosto. Si tratta di una pedalata popolare con biciclette d’epoca, alla quale speriamo di portare ospiti anche dall’estero, in modo che possano visitare la nostra regione e tenere alto il nome del Velo Club Mendrisio. Sarà sicuramente qualcosa di molto interessante, perché andremo a rispolverare quelli che erano i fasti della nostra società, toccando le strade dei Mondiali, del Giro d’Italia, del Lombardia e del Tour de Suisse. La sfida, con il passare degli anni, è stata quella di puntare sempre meno su corse competitive, che hanno un impatto maggiore sulla circolazione e sul traffico”.

In passato era dunque più semplice organizzare certi eventi?

“Il calendario cantonale era sicuramente più ricco, si parlava di 20-25 gare a livello giovanile. Oggi invece possiamo contare unicamente su dodici corse, sei su strada e sei per le Mountain Bike. La causa risiede soprattutto nel traffico. Negli abituali posti dove si svolgevano le corse, sono infatti state costruite nuove case e strade. Oggigiorno è difficilissimo trovare un circuito, bisognerebbe impiegare 30-40 persone solo per garantire la sicurezza, ma diventerebbe troppo oneroso per le casse del Velo Club. È comunque importantissimo per noi riuscire a mantenere le manifestazioni citate precedentemente, altrimenti rischieremmo di fare crollare un po’ tutto il movimento ciclistico. Sarebbe un peccato dover andare a correre in Italia o in Svizzera interna, soprattutto per una questione di costi”.

Cosa si potrebbe fare allora per promuovere questa disciplina?

“Si auspica che in futuro si possano creare delle piste ciclabili. In questi anni sono stati molti i progetti che abbiamo provato a portare avanti, ma per più motivi ad un certo punto hanno subito un brusco stop. Non è un compito semplice mettere d’accordo tutte le parti in causa, sono infatti molti e diversificati gli interessi in gioco. Un’altra possibilità sarebbe quella di costruire uno o più velodromi in cemento attorno ad alcuni campi da calcio, una soluzione sicura e ideale. Le nazioni che hanno puntato molto sul ciclismo su pista in genere, stanno tutte ottenendo ottimi risultati anche su strada negli ultimi anni. Penso all’Inghilterra, a fenomeni come Wiggins e Cavendish…”.

Gli atleti ne risentono parecchio di questa mancanza?

“Sicuramente. Io, ad esempio, ho due figli di dodici e tredici anni, ma quando li porto con me nel traffico non sono mai tranquillo. Pure le direzioni delle scuole ora proibiscono ai bambini di andare a lezione in bici. Tutto ciò fa capire le difficoltà che può avere una società come la nostra a reclutare nuovi giovani. Gli appassionati ci sono e si trovano sempre, ma in numero nettamente minore rispetto a qualche anno fa. Senza calcolare che, una volta adolescenti, la gran parte è costretta ad abbandonare la bicicletta per motivi scolastici o professionali. È chiaro che chi tiene duro a quel punto ha più chance di raggiungere dei buoni risultati. L’anno scorso per esempio siamo riusciti a portare due atleti alle Olimpiadi di Rio, con la perseveranza e l’impegno il ciclismo può regalare ancora grosse soddisfazioni”.

Mi sembra di capire che i talenti comunque ci sono…

“Quelli ci sono sempre. Il ciclismo, tenendo conto della Mountain Bike, è una delle discipline che regala più medaglie alle Olimpiadi. Non si può dunque dire che manchino talenti, ma è semplicemente diminuito il numero di ciclisti. Se una volta la massa garantiva diversi “campioni”, ora non è più così, sono pochi quelli veramente forti. A livello svizzero comunque ci sono ragazzi che hanno le capacità per sfondare. Penso a Marc Hirschi, che ha appena ricevuto il Mendrisio d’Argento e ha conquistato il Mondiale della propria categoria. È un ragazzo che potrebbe sostituire Fabian Cancellara nei prossimi tre o quattro anni”.

Quali sono invece i talenti e gli obiettivi della vostra società?

“Siamo riusciti a portare due corridori alle Olimpiadi di Rio (Olivier Beer e Frank Pasche, ciclismo su pista ndr.) e possiamo contare su tre o quattro altri validi elementi che hanno già vinto le prima gare stagionali. Chiaro che si spera sempre di lanciarne qualcuno tra i grani, ma non è semplice. Non c’è quell’abbondanza di atleti necessaria per riuscirci”.